La professionalità insegnante

Come sottolinea Claudio Volpi, l’insegnante non ha più l’autorità che gli derivava dal fatto di essere l’unico depositario della cultura. L’insegnante cessa di essere il solo responsabile della formazione e il portatore di una “missione”, per qualificarsi come professionista con obiettivi delimitati e riconoscibili. L’insegnante deve presentarsi come elaboratore e mediatore culturale, con compiti di selezione e socializzazione.
Don Milani in “Lettera ad una professoressa” accusa gli insegnanti di non tenere conto del contesto in cui vivono i ragazzi.
Bernstein parla di “pedagogia invisibile”, cioè l’influenza del contesto e delle origini sociali dell’insegnate sulla sua pratica scolastica.
La valutazione dell’operato dell’insegnante è in relazione alla sua ricaduta pratica: l’insegnante è giudicato per la facilità con cui imparano i suoi allievi. Le aspettative sull’operato degli insegnanti non corrispondono ad una loro immagine sociale altrettanto nitida. La percezione sociale dell’insegnante si muove tra le figure dell’artigiano (= trasmettitore di conoscenze), dell’animatore di attività piacevoli e ricreative, e dello specialista.
L’insegnante può trovarsi a svolgere un ruolo di istruttore, di sorvegliante, di mediatore culturale, di giudice, di consulente, di terapeuta, in una contraddittorietà di ruoli molto elevata.

La tendenza attuale è quella di aprire la scuola all’intervento di professionisti che svolgono occasionalmente attività di insegnamento. Nel nostro Paese un sistema formativo integrato fa sì che gli allievi abbaino al possibilità di valersi dell’opera di “esperti” per consulenze o per interventi di formazione.
L’allargamento delle competenze richieste all’insegnante ha provocato un dibattito sull’utilità di aumentare i livelli di specializzazione professionale, restringendo gli spazi operativi dei singoli docenti o mantenendo figure formative polivalenti. In Italia questo dibattito ha portato all’eliminazione del “maestro unico” nella scuola elementare. I sostenitori dell’unicità del maestro assumono questa posizione nel timore di una tecnicizzazione dell’insegnamento come riduzione delle sue valenze educative e spirituali. I fautori della tesi opposta ritengono che il valore della collegialità dell’attività scolastica permetta la sussistenza di un team teaching.
3 tipi ideali a cui fare riferimento:
• studioso: dotato di cultura profonda e aggiornata, non ha grande successo con alunni le cui motivazioni sono utilitaristiche;
• insegnante dedito agli alunni: orientato alla formazione personale degli alunni più che al lavoro nel proprio ambito disciplinare, rischia di non essere congruente con le richieste di carattere professionale avanzate dagli adolescenti nella scuola secondaria;
• missionario: occupato a “salvare” i suoi studenti dai condizionamenti negativi dell’ambiente, necessita di qualcosa di più di una conoscenza sociale per affrontare giovani ribelli spalleggiati da genitori amorali.

Secondo Volpi, l’insegnante formatore dovrà possedere queste caratteristiche:
- disponibilità al cambiamento;
- capacità di definire gli obiettivi di apprendimento;
- capacità di progettare il materiale formativo (didattica multimediale);
- capacità di far sviluppare la capacità di risolvere problemi;
- capacità di far acquisire una disciplina intellettuale.

Un problema tipico del ruolo dell’insegnante è quello di un rapporto tra autorità e libertà. La tendenza in molti insegnanti di collocare la propria condotta sui poli autoritarismo/permissivismo porta a conflitti.
Rogers ha messo a punto un approccio terapeutico “centrato sul cliente”, teso alla valorizzazione delle risorse individuali per il raggiungimento di una personalità ricca e d equilibrata.
Un’educazione antiautoritaria dovrebbe far raggiungere “apprendimenti significativi” per lo sviluppo della personalità senza che questi vengano percepiti come minacciosi e suscitino difese. Perciò occorre che il gruppo di apprendimento sia caratterizzato da un rapporto di fiducia in cui l’insegnante si trasforma in facilitatore dell’autoapprendimento di ciascuno.
L’approccio rogersiano vuole che la stessa disposizione fisica delle persone dell’ambiente di apprendimento rispecchi l’assoluta uguaglianza dell’insegnante rispetto agli studenti. Il docente deve rinunciare ad ogni atteggiamento valutativo, deve essere autentico nell’espressione delle proprie emozioni e manifestare, se le possiede, accettazione e comprensione delle personalità degli studenti. L’insegnante cercherà di creare un clima di discussione e sarà flessibile alle richieste; farà la lezione tradizionale solo se sarà richiesto dagli studenti; farà in modo che la funziona valutativa coincida con le valutazioni del gruppo.
Atteggiamenti come autenticità, accettazione, comprensione e avalutatività non sono facilmente calabili nell’ambito scolastico. I suggerimenti di Rogers sono distanti da una contestualizzazione storica del rapporto non-autoritario. Essi avrebbero un valore per quei contesti in cui si riconosce che l’educazione è un processo autogestito.

Attualmente in Italia sono entrate a far parte del mondo della scuola nuove figure, come:
- il referente per la salute: un docente con attività di segnalazione e intervento in relazione alle problematiche dello “star bene a scuola”;
- il consigliere pedagogico: con funzioni di counseling in relazione ai problemi del disadattamento e dell’handicap;
- il tutor: delegato a seguire i percorsi formativi di un piccolo numero di studenti;
- il collaboratore per la programmazione: dovrà affiancare il dirigente scolastico.

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