La prima guerra mondiale
Il 28 giugno 1924, uno studente serbo-bosniaco chiamato Gavrilo Princip uccise l’erede al trono d’Austria Francesco Ferdinando e sua moglie a Sarajevo (capitale della Bosnia).
L’attentatore faceva parte di una organizzazione irredentista che aveva la base operativa in Serbia. Questo attentato terroristico mise in moto una serie di reazioni che scatenarono un conflitto.
Nell’Europa del 1914 esistevano tensioni fra le grandi potenze:
- Austria contro Russia;
- Francia contro Germania;
- Germania contro Inghilterra;
l’attentato di Sarajevo fece esplodere le tensioni.
L’Austria inviò il 23 luglio un ultimatum alla Serbia. La Russia assicurò il proprio sostegno alla Serbia (sua alleata nei Balcani); il governo Serbo accettò solo in parte l’ultimatum, così che l’Austria il 28 luglio dichiarò guerra alla Serbia. Il governo russo mobilitò le forze armate; il governo tedesco interpretò la mobilitazione delle truppe come un atto di ostilità, così il 31 luglio la Germania inviò un ultimatum alla Russia intimandole la sospensione dei preparativi bellici. L’ultimatum non ottenne risposta e fu seguito dalla dichiarazione di guerra. Il 1° agosto la Francia, legata alla Russia da un’alleanza militare, mobilitò le proprie forze armate.
La Germania rispose con un nuovo ultimatum e con la dichiarazione di guerra alla Francia (3 agosto). Il piano di guerra tedesco prevedeva un attacco contro la Francia, dopodiché le forse sarebbero state impegnate contro la Russia. Presupposto essenziale per la riuscita era la rapidità dell’attacco alla Francia; era quindi previsto che le truppe tedesche passassero attraverso il Belgio, nonostante fosse neutrale. Il 4 agosto i tedeschi invasero il Belgio per attaccare la Francia da nord-est. La violazione della neutralità belga determinò l’intervento nel conflitto della Gran Bretagna preoccupata di un successo tedesco. Il 5 agosto l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania.
Fra i politici era diffusa la convinzione che una guerra (che immaginavano breve) avrebbe contribuito a soffocare i contrasti sociali e a rafforzare le posizioni di governi e classi dirigenti.
Le forze pacifiste trovarono scarso appoggio nell’opinione pubblica che sosteneva la causa nazionale.
I capi della socialdemocrazia tedesca votarono in Parlamento a favore della guerra. I socialisti francesi entrarono a far parte del Governo; la stessa cosa fecero i laburisti inglesi. La Seconda Internazionale cessò di esistere.
Dalla guerra di movimento alla guerra di usura.
La pratica della coscrizione obbligatoria e le accresciute possibilità dei mezzi di trasporto consentirono di mettere in campo rapidamente eserciti molto numerosi e che disponevano di fucili a ripetizione e cannoni. La novità erano le mitragliatrici automatiche.
Nonostante ciò nessuna fra le potenze in guerra aveva elaborato strategie diverse da quelle della guerra di movimento (fondata sulla manovra offensiva e sullo spostamento rapido).
I tedeschi all’inizio ottennero una serie di successi, attestandosi a settembre sulla Marna e sconfiggendo i russi ad oriente nelle battaglie di Tannenberg e dei Laghi Masuri (8-10 settembre). Il 6 settembre però i francesi lanciarono un contrattacco e costrinsero i tedeschi a ripiegare. Alla fine gli eserciti si erano assicurati in trincee.
Cominciava la guerra di logoramento (o di usura), che vedeva 2 schieramenti immobili affrontarsi in sanguinosi attacchi inframmezzati da periodi di stasi. In questa guerra diventava essenziale il ruolo della Gran Bretagna per le risorse del suo impero coloniale e la sua superiorità navale.
Le potenze minori cercarono di approfittare della guerra per soddisfare le loro ambizioni territoriali:
- agosto 1914: il Giappone dichiara guerra alla Germania per impadronirsi dei possedimenti tedeschi in Estremo Oriente;
- novembre: la Turchia interviene a favore degli imperi centrali;
- maggio 1915: l’Italia entrava in guerra contro l’Austria-Ungheria.
- a fianco degli imperi centrali interverrà la Bulgaria;
- il Portogallo, la Romania, la Grecia, gli Stati Uniti, la Cina e il Brasile si schierarono con l’Intesa.
L’Italia dalla neutralità all’intervento.
L’Italia entrò nel conflitto mondiale nel maggio 1915 schierandosi con l’Intesa contro l’Impero austro-ungarico fin allora suo alleato.
All’inizio della guerra il governo Salandra aveva dichiarato la neutralità dell’Italia. Questa decisione era giustificata dal carattere difensivo della Triplice Alleanza (l’Austria non era stata attaccata, né aveva consultato l’Italia prima di iniziare l’azione contro la Serbia). Concordi alla neutralità erano tutte le forse politiche, ma, scartata l’ipotesi di un intervento a fianco degli imperi centrali, i sentimenti antiaustriaci erano favorevoli all’eventualità di una guerra contro l’Austria che avrebbe consentito all’Italia di riunire alla patria il Trento e Trieste.
Portavoce di questa linea interventista furono i gruppi e i partiti della sinistra democratica: repubblicani, radicali, i socialriformisti di Bissolati e le associazioni irredentiste (tra i quali Battisti). A essi si aggiunsero esponenti delle frange estremiste del movimento operaio.
Fautori attivi dell’intervento furono i nazionalisti, decisi ad affermare l’Italia come grande potenza imperialista. Graduale fu l’adesione dei gruppi liberal-conservatori rappresentati da Salandra e Sonnino (ministro degli esteri dall’ottobre 1914).
Giolitti era favorevole a una linea neutralista. Egli non riteneva il paese preparato ad affrontare la guerra. Ostile all’intervento era anche Benedetto XV, diventato pontefice nel momento in cui iniziava il conflitto. Egli assunse un atteggiamento pacifista. Contrari alla guerra furono il Psi e la Cgl mentre Mussolini si schierò a favore dell’intervento.
Erano interventisti: studenti, insegnanti, impiegati, professionisti, intellettuali come Einaudi, Slavemini e D’Annunzio.
Fin dal 1914 Slanadra e Sonnino allacciarono contatti segreti con l’Intesa, pur continuando a trattare con gli imperi centrali per ottenere qualche compenso territoriale in cambio della neutralità. Decisero di accettare le proposte dell’Intesa firmando il 26 aprile 1915 il Patto di Londra con Francia, Inghilterra e Russia. L’Italia avrebbe ottenuto in caso di vittoria: il Trentino, il Sud Tirolo fino al Brennero, la Venezia Giulia, la penisola istriana e una parte della Dalmazia.
Quando Giolitti, non al corrente del Patto di Londra, si pronunciò per la continuazione delle trattative con l’Austria, indusse Salandra a rassegnare le dimissioni.
Ma la volontà neutralista del Parlamento fu superata dalla decisione del re che respinse le dimissioni di Salandra, mostrando di approvarne l’operato; dalle manifestazioni di piazza che si fecero più minacciose (“radiose giornate”).
Il 20 maggio 1915 la Camera approvò la concessione dei pieni poteri al governo, che il 23 maggio dichiarò Guerra all’Austria. Il 24 ebbero inizio le operazioni militari.
La grande strage.
Al momento dell’entrata in guerra era diffusa in Italia la convinzione che sarebbe stata una rapida campagna militare.
Sul confine orientale le forse austro-ungariche si attestarono lungo il corso dell’Isonzo e nel Carso. Contro quelle linee le truppe comandate dal generale Cadorna sferrarono, nel 1915, 4 offensive (le 4 battaglie dell’Isonzo) senza ottenere alcun successo.
Sul fonte francese gli schieramenti rimasero immobili per tutto il 1915. Gli unici successi furono ottenuti dagli austro-tedeschi contro i russi (costretti ad abbandonare la Polonia) e contro la Serbia (che fu invasa).
All’inizio del 1916 i tedeschi sferrarono un attacco contro la piazzaforte francese di Verdun. La battaglia durò 4 mesi e si risolse in una carneficina. Il massacro proseguì quando gli inglesi tentarono una controffensiva sul fiume Somme.
Sul fronte italiano l’esercito austriaco tentò di penetrare dal Trentino nella pianura veneta. Gli italiani furono colti di sorpresa dall’offensiva, che fu chiamata Strafexpedition (spedizione punitiva contro l’antico alleato ritenuto colpevole di tradimento), ma riuscirono ad arrestarla. Cadde prigioniero Battisti che fu condannato a morte per alto tradimento. Il governo Salandra fu costretto alle dimissioni e fu sostituito da un ministero di coalizione nazionale (comprendente tutte le forse politiche esclusi i socialisti) presieduto da Boselli.
Sul fronte orientale i russi nel 1916 lanciarono una violenta offensiva per recuperare i territori perduti. La Romania intervenne a fianco dell’Intesa, ma fu sconfitta e lasciò nelle mani dei nemici risorse agricole e minerarie (grano e petrolio). Gli imperi centrali restavano inferiori all’Intesa e subivano le conseguenze del blocco navale attuato dagli inglesi nel Mare del Nord.
La guerra nelle trincee.
La situazione di stallo creatasi nel 1914 causò l’usura dei reparti combattenti. La protagonista della guerra fu la trincea: un fossato scavato nel terreno per mettere i soldati al riparo dal fuoco nemico. All’inizio furono concepite come rifugi provvisori per le truppe in attesa dell’attacco decisivo; in seguito divennero la sede permanente dei reparti di prima linea. Esse furono dotate di ripari, protette da reticolati di filo spinato e da “nidi” di mitragliatrici, diventando difficilmente inespugnabili.
La vita nelle trincee logorava i combattenti nel morale e nel fisico; essi vivevano in condizioni igieniche deplorevoli, senza potersi lavare né cambiare; erano esposti al caldo, al freddo e alle intemperie, oltre cha ai bombardamenti.
Gli assalti iniziavano nelle prime ore del mattino, erano preceduti da un tiro di artiglieria che in teoria avrebbe dovuto scompaginare le difese avversarie ma che aveva il risultato di eliminare ogni effetto sorpresa. I soldati se riuscivano a raggiungere le trincee di prima linea dovevano subire il contrattacco che li ricacciava indietro.
La guerra nelle trincee fece svanire l’entusiasmo patriottico con cui i soldati avevano affrontato il conflitto. I soldati semplici non avevano idee sui motivi per cui combattevano. La visione eroica della guerra restò prerogativa di alcune minoranze di combattenti organizzati in reparti speciali (come le truppe d’assalto tedesche o gli arditi italiani.
I soldati combattevano perchè erano costretti dalla presenza di un apparato spietato nel punire le insubordinazioni. Tuttavia la paura e l’avversione alla guerra si tradussero in forme di rifiuto: le più diffuse erano quelle individuali, come l’autolesionismo consistente nell’infliggersi volontariamente ferite per essere dispensati dal servizio militare. Meno frequenti erano le ribellioni collettive.
La nuova tecnologia militare.
Il primo conflitto mondiale si caratterizzò per l’applicazione di nuove tecnologie. Artiglierie pesanti, fucili a ripetizione e mitragliatrici giocarono un rullo decisivo nei combattimenti. Sconvolgente fu l’introduzione delle armi chimiche: gas che venivano indirizzati verso le trincee nemiche provocando al morte per soffocamento di chi li respirava.
Oltre a stimolare la produzione di armi, la guerra sollecitò lo sviluppo dei settori automobilistico, aeronautico e radiofonico.
Il perfezionamento delle telecomunicazioni permise di coordinare i movimenti delle truppe su fronti molto vasti. L’impiego dei mezzi motorizzati consentì di far affluire enormi masse di soldati dalle retrovie al fronte.
Non sempre l’uso di nuovi messi influì sul corso della guerra, ad esempio fu il caso dell’aviazione. Nel corso della guerra la produzione di aerei conobbe un forte incremento, ma i mezzi non erano abbastanza affidabili da poter essere usati nelle battaglie. Gli aerei furono usati per la ricognizione e per la caccia (azione contro altri aerei o contro obiettivi mobili nemici).
Stentati furono gli esordi del carro armato. I primi mezzi corazzati, le autoblindo (autocarri ricoperti da piastre d’acciaio e muniti di mitragliatrici), erano limitati nell’impiego dal fatto che potevano muoversi solo su strada. Successivamente le ruote furono sostituite con i cigoli che permettevano di attraversare qualsiasi terreno.
Fra le nuove macchine belliche una sola influì sul corso della guerra: il sottomarino.
Sene servirono soprattutto i tedeschi per attaccare le navi da guerra nemiche e per affondare le navi mercantili che portavano rifornimenti all’Intesa. La guerra sottomarina urtava gli interessi commerciali degli Stati Uniti. Quando nel 1915 un sottomarino tedesco affondò il transatlantico inglese Lusitania, che trasportava anche cittadini americani, le proteste degli Stati Uniti convinsero i tedeschi a sospendere la guerra sottomarina indiscriminata.
La mobilitazione totale e il “fronte interno”.
Anche le popolazioni civili furono investite dalle trasformazioni che accompagnarono la guerra.
I mutamenti interessarono l’economia, in particolare il settore industriale. Le industrie interessate alle forniture belliche (siderurgiche, meccaniche e chimiche) conobbero un forte sviluppo. Tutto ciò impose una riorganizzazione dell’apparato produttivo e una dilatazione dell’intervento statale. I settori dell’industria furono posti sotto il controllo dello Stato; in alcuni casi si giunse al razionamento dei beni di consumo di prima necessità.
Il sistema era gestito da organismi composti da militari e industriali, che trassero dall’economia bellica vantaggi in termini di profitto e potere.
Mutarono anche gli apparati statali: aumentò la burocrazia e il potere esecutivo si rafforzò a spese degli organi rappresentativi, poco adatti alle esigenze di rapidità e segretezza nelle decisioni.
I poteri dei governi erano insidiati dai militari: sottoposti all’autorità degli organi costituzionali, gli stati maggiori avevano in realtà potere assoluto su tutto ciò che riguardava la conduzione della guerra e potevano influenzare le scelte dei politici.
In Germania vigeva una dittatura militare: il potere era nelle mani di Hindenburg e del suo collaboratore Ludendorff.
In Francia si instaurò la dittatura giacobina capeggiata da Clemenceau.
In Gran Bretagna la dittatura fu esercitata dal gabinetto di guerra di Lloyd George.
Tutti i mezzi, compresa la censura e la sorveglianza sui cittadini sospetti di disfattismo, furono usati per combattere i nemici interni e per mobilitare la popolazione verso la vittoria. Strumento essenziale fu la propaganda, essa non si rivolgeva solo alle truppe, ma cercava di raggiungere le popolazione civile.
In Svizzera nel 1915 e nel 1916 si tennero 2 conferenze socialiste internazionali che si conclusero con l’approvazione di documenti in cui si rinnovava la condanna della guerra e si chiedeva una pace senza annessioni e senza indennità. Alle conferenze parteciparono i rappresentanti dei partiti socialisti dei paesi neutrali (svizzeri, olandesi e scandinavi) e di quelli che avevano rifiutato l’adesione alla guerra.
Col prolungarsi del conflitto si rafforzarono i gruppi socialisti contrari alla guerra, fra cui gli spartachisti tedeschi (chiamati così dalla Lega di Spartaco fondata da Liebknecht e Rosa Luxemburg) e i bolscevichi russi, guidati da Lenin.
La svolta del 1917.
Nel 1917 2 fati mutarono il corso della guerra:
• a marzo uno sciopero generale degli operai di Pietrogrado si trasformò in una manifestazione politica contro il regime zarista. I soldati rifiutarono di sparare sulla folla e fraternizzarono con i dimostranti; lo zar abdicò il 15 marzo e fu arrestato con tutta la famiglia reale;
• il 6 aprile gli Stati Uniti entrarono in guerra contro la Germania, che a febbraio aveva ripreso la guerra sottomarina indiscriminata nel tentativo di danneggiare le economie dei paesi nemici. L’intervento americano fu decisivo sia sul piano militare che su quello economico e compensò il ritiro della Russia.
Il crollo del regime zarista fu l’inizio della disgregazione dell’esercito, infatti molti soldati-contadini abbandonarono il fronte per tornare ai loro villaggi e partecipare alla spartizione delle terre dei signori. I tedeschi penetrarono nel territorio dell’ex impero zarista.
Alle difficoltà militari si aggiungevano quelle politico-psicologiche derivanti dalle ripercussioni degli avvenimenti russi sugli orientamenti delle masse lavoratrici e sul morale delle truppe al fronte. Si intensificarono le manifestazioni di insofferenza popolare contro la guerra, gli scioperi operai, gli ammutinamenti dei reparti combattenti.
Nell’Impero austro-ungarico l’andamento della guerra aveva ridato forza alle aspirazioni indipendentiste delle nazionalità oppresse. L’imperatore Carlo I avviò negoziati segreti in vista di una pace separata. Ma le sue proposte furono respinte dall’Intesa. Non ebbe fortuna nemmeno l’iniziativa promossa in agosto da Benedetto XV che invitò i governi a porre fine alla guerra e a considerare l’ipotesi di una pace senza annessioni.
Per l’Italia il 1917 fu l’anno più difficile della guerra. Tra i soldati le manifestazioni di protesta e di insubordinazione si fecero frequenti, tra la popolazione civile aumentava il malcontento per i disagi causati dall’aumento dei prezzi e dalla carenza di generi alimentari.
Gli austro-tedeschi approfittarono di questa situazione per sconfiggere l’Italia a Caporetto il 24 ottobre 1917. Gli attaccanti avanzarono nel Friulì e le truppe italiane dovettero abbandonare le posizioni: alcuni reparti rifluirono verso il veneto mescolandosi ai profughi civili.
Il generale Cadorna fu sostituito da Armando Diaz.
La disfatta di Caporetto ebbe ripercussioni positive sull’andamento della guerra italiana, infatti aumentò il senso di coesione patriottica poiché ora si combatteva contro un nemico che occupava il territorio nazionale. Intorno al governo di coalizione nazionale presieduto da Vittorio Emanuele Orlando le forse politiche trovarono maggiore concordia: l’ala riformista del Psi, con in testa Turati, assicurarono solidarietà allo sforzo di resistenza del paese.
Anche il cambio del capo di stato maggiore ebbe effetti positivi, infatti Diaz era meno incline di Cadorna all’uso dei mezzi repressivi e più attento alle esigenze dei soldati.
L’ultimo anno di guerra.
Tra il 6 e il 7 settembre 1917 i bolscevichi presero il potere in Russia. Il governo rivoluzionario presieduto da Lenin decise di porre fine alla guerra e firmò l’armistizio con gli imperi centrali il 3 marzo 1918. La Russia dovette accettare le condizioni imposte dai tedeschi che comportavano la perdita di ¼ dei territori europei dell’Impero russo. Con la pace Lenin riuscì a salvare il nuovo stato socialista.
Per scongiurare la minaccia di un ulteriore diffusione del disfattismo rivoluzionario, gli Stati dell’Intesa dovettero accentuare il carattere ideologico della guerra, presentandola come una crociata della democrazia contro l’autoritarismo, come una difesa della libertà dei popoli contro l’imperialismo tedesco.
Questa concezione della guerra ebbe come interprete il presidente americano Woodrow Wilson. Egli precisò le linee ispiratrici della sua politica in un programma di pace in 14 punti:
- abolizione della diplomazia segreta;
- ripristino della libertà di navigazione;
- abbassamento delle barriere doganali;
- riduzione degli armamenti;
- istituzione di un organismo internazionale, la Società delle nazioni, per assicurare il mutuo rispetto delle norme di convivenza tra i popoli.
Il programma fu accolto dall’opinione pubblica come un “vangelo” capace di assicurare una lunga era di pace e di benessere. I governanti dell’Intesa non condividevano del tutto il programma, ma dovettero mostrare di accettarlo perchè avevano bisogno dell’aiuto americano e perchè speravano che costituisse un antidoto contro la rivoluzione.
Nel 1918 i 2 schieramenti erano in una situazione di equilibrio sul piano militare. Lo stato maggiore tedesco impegnò tutte le forze, rese disponibili dalla pace con la Russia, sul fonte francese. In giugno l’esercito di Hindenburg era sulla Marna e Parigi era sotto il tiro dei cannoni tedeschi a lunga gittata.
Gli austriaci tentarono di sferrare il colpo decisivo sul fronte italiano attaccando sul Piave, ma furono respinti dopo una settimana di combattimenti. Anche l’offensiva tedesca cominciava ad esaurirsi.
Alla fine di luglio le forse dell’Intesa passarono al contrattacco. Fra l’8 e l’11 agosto, nella battaglia di Amiens, i tedeschi subirono una sconfitta sul fronte occidentale. Da quel momento cominciarono ad arretrare, mentre fra le loro truppe si facevano evidenti i segni di stanchezza. I generali tedeschi capirono di aver perso la guerra e lasciarono al governo di coalizione democratica, formatosi ai primi di ottobre, il compito di aprire le trattative.
Mentre la Germania cercava una soluzione di compromesso, i suoi alleati si disgregavano dall’interno. La prima a cedere fu la Bulgaria. Un mese dopo l’Impero turco chiese l’armistizio. Alla fine di ottobre l’Austria-Ungheria entrò in crisi, minata dai movimenti indipendentisti. Il 24 ottobre gli italiani lanciarono un’offensiva sul fronte del Piave. Gli austriaci furono sconfitti nella battaglia di Vittorio Veneto e il 3 novembre a Villa Giusti (Padova) firmarono l’armistizio con l’Italia, che sarebbe entrato in vigore il 4 novembre.
In Germania a novembre i marinai di Kiel si ammutinarono e diedero vita a consigli rivoluzionari ispirati all’esempio russo. Il moto si diffuse. Un socialdemocratico, Ebert, fu proclamato il 9 novembre capo del governo, mentre il Kaiser era costretto a fuggire in Olanda, imitato dall’imperatore Carlo I. L’11 novembre i delegati del governo provvisorio tedesco firmavano l’armistizio a Rethondes (Francia).
La Germania perse la guerra per fame e stanchezza, ma senza essere schiacciata sul piano militare. Gli Stati dell’Intesa vinsero grazie all’apporto di una potenza extraeuropea. La guerra si chiuse con un tragico bilancio di perdite umane e con un ridimensionamento del peso politico del vecchio continente sulla scena internazionale.
I trattati di pace e la nuova carta d’Europa.
Una conferenza sulla pace si aprì il 18 gennaio 1919 nella reggia di Versailles presso Parigi e si protrasse per un anno e mezzo. Si doveva ridisegnare l a carta politica del vecchio continente e ricostruire l’equilibrio europeo; ma era anche necessario tener conto dei principi di democrazia a cui i governi dell’Intesa si erano richiamati nell’ultima fase del conflitto.
Il contrasto fra l’ideale di una pace democratica e l’obiettivo di una pace punitiva risultò evidente quando furono discusse le condizioni da imporre alla Germania.
Il trattato fu firmato a Versailles il 28 giugno 1919, la Germania dovette subirlo sotto la minaccia dell’occupazione militare e del blocco economico. Da punto di vista territoriale il trattato prevedeva:
- la restituzione dell’Alsazia-Lorena alla Francia;
- il passaggio alla Polonia di alcune regioni orientali abitate solo in parte da tedeschi: alta Slesia, Posnania; una striscia della Pomerania (il corridoi polacco) che interrompeva la continuità territoriale fra Prussia occidentale e Prussia orientale per consentire alla Polonia di affacciarsi sul mar Baltico e di accedere al porto di Danzica;
- la Germania perse le sue colonie che furono spartite tra Francia, Inghilterra e Giappone.
Clausole economiche e militari:
- la Germania dovette impegnarsi a rifondere ai vincitori, a titolo di riparazione, i danni subiti in conseguenza del conflitto;
- fu costretta ad abolire il servizio di leva, a rinunciare alla marina da guerra, a ridurre la consistenza del proprio esercito entro il limite di 100 000 uomini;
- lasciare smilitarizzata la valle del Reno, che sarebbe stata presidiata per 15 anni da truppe inglesi, francesi e belghe.
Erano condizioni per impedire alla Germania di riprendere la posizione di grande potenza.
Alla nuova Repubblica d’Austria fu ridotto a 85 000 km² il territorio. Il trattato di pace stabiliva che l’indipendenza austriaca sarebbe stata affidata alla tutela della Società delle nazioni.
L’Ungheria perse tutte le regioni slave fin allora dipendenti da Budapest e alcuni territori abitati in prevalenza da popolazioni magiare.
Il crollo dell’Impero asburgico determinò la nascita della nuova Polonia, della Repubblica di Cecoslovacchia e del Regno di Jugoslavia. Il nuovo assetto balcanico fu completato dall’ingrandimento della Romania e dal ridimensionamento dell’impero ottomano che si trasformò in Stato nazionale turco.
Alla Russia gli Stati vincitori non riconobbero la Repubblica socialista e cercarono di abbatterla. Furono riconosciute le nuove repubblica indipendenti che si erano formate nei territori baltici persi dalla Russia: la Finlandia, l’Estonia, la Lettonia e la Lituania.
L’Europa dopo la conferenza di Parigi contava 8 nuovi Stati sorti dalle rovine dei vecchi imperi. A essi nel 1921 si aggiunse lo Stato libero d’Irlanda.
Il problema ora era quello di garantire la sopravvivenza del nuovo assetto territoriale. Ad assicurare il rispetto dei trattati e la salvaguardia della pace avrebbe dovuto provvedere la Società delle nazioni. Essa prevedeva nel suo statuto la rinuncia, da parte degli Stati membri, alla guerra come strumento di soluzione dei contrasti, il ricorso all’arbitrato, l’adozione di sanzioni economiche nei confronti degli Stati aggressori. Ma il Senato degli Usa respinse nel 1920 l’adesione al nuovo organismo, perciò la Società delle nazioni non fu in grado di prevenire nessuna crisi.